Giov a Pasqua ascolterà: BRIGHT EYES: DIGITAL ASH IN A DIGITAL URN
Questo bel dischetto è un concentrato di coinvolgenti deliri, nati, a mio avviso, per essere registrati esclusivamente “chitarra e voce”. Poi,
fortunatamente Conor Oberst, in arte Bright Eyes, ha voluto prendere un’altra direzione, introducendo una serie di demoniache idee elettroniche, che si sono rivelate, in definitiva, azzeccatissime. Uscito in contemporanea con un’altra sua produzione (folk stavolta) intitolata “I’M Wide Awake It’s Morning” questo disco che ha raggiunto la posizione numero due della famosa classifica americana Billboard (preceduto proprio da “Wide Awake”!!) è la prova di come si possa essere intimisti pur non intrappolando i propri sospiri dentro composizioni acustiche. Non è il nuovo “Ok Computer”, ne tantomeno un capolavoro d’elettronica, come qualcuno ha scritto. Questo concept album, incentrato sul pensiero della morte e della sofferenza, è un ottimo percorso musicale che si apre con la pura follia elettronica e ultraterrena di “Time Code” (Drink Liquid Clocks Til I See God/Shh Shh Don’t Talk Don’t Talk) per poi trasformarsi, man mano, in qualcosa di più accessibile, fino a sfiorare la perfetta indie pop song nelle tracce finali. Da segnalare alle tastiere e ai synths Nick Zinner, già chitarrista anoressico degli Yeah Yeah Yeahs.
Giov eviterà caldamente: DAMON & NAOMI
Secondo me dovrebbero vietare con una riforma ufficiale a Francesco di consigliare i dischi. Non si può parlare seriamente di roba che ti fa venir voglia solo di uscire di casa dal balcone invece che dalla porta. Questo disco è un concentrato di sonnolenza spacciata per gentle rock raffinato e accattivante. Io sono riuscito ad ascoltarlo solamente un paio di volte, poi mi sembrava di sentire Chris Martin lagnarsi per un unghia incarnita. Deprecabile davvero. (pfuàh…sono indignato!).
Fran P a Pasqua ascolterà: DAMON & NAOMI “THE HEART IS BLUE”
Se Neil Young non avesse mai pubblicato un disco, ma si fosse limitato ad ascoltare musica e ad essere (eresia) un semplice fan come noi tutti
siamo, bè, il vecchio Neil, a parer mio, impazzirebbe per Damon & Naomi. I due iniziarono a far musica con i Galaxy 500, a cavallo fra gli 80 e 90. Qualcuno non sa ancora cosa successe? Il risultato di quella manciata di dischetti che uscì a loro nome ancora è ricordata come tappa fondamentale dell’indie statunitense. Poi tutto finì, ma quello che resta è un duo straordinario, capace di tessere melodie acustiche dolcissime e terribilmente originali. In un mondo dove il successo di un disco è spesso deciso da chi sta al mixer, chi esprime idee così belle con la sola acustica, và amato. Neil apprezzerebbe, e forse lo fa.
Da segnalare l’ennesima partecipazione di Kurihara che possiamo ormai definire il terzo “Damon & Naomi” e a cui il soprannome di Jimmy Page nipponico non va affatto stretto. Il chitarrista, ufficialmente membro dei giapponesi Ghost, fu già con loro nell’acustico (e dagli arcaici sapori orientali) “With Ghost” e nel tour del 2002 da cui uscì il live “Song To The Siren”.
Se a Pasqua quello che cercate è un disco da salotto, soave e melodico questo fa per voi.
Fran P eviterà caldamente: BRIGHT EYES: DIGITAL ASH IN A DIGITAL URN
Non ho nulla contro Bright Eyes, anzi in un’altra sede ho speso buone parole sul giovane. Però sono un irriducibile anticonformista, così se un ragazzo appena ventenne me lo piazzano su tutte le copertine di giornali specializzati, bè, storgo un po’ naso. Per carità, ho amato “Fevers And Mirrors”, ma questo mi pare un po’ sopravvalutato. Passi che un malinconico ragazzino si pianga addosso strimpellando con la chitarra, anzi, questo gli riesce con buoni risultati in “I’M Wide Awake It’s Morning”, Ma in “Digital….“ non ci vedo nulla di genuino al di la della speculazione. Insomma battiamo il ferro finchè è caldo, ok, è il mercato, ma l’elettronica lasciamo a chi sa cosa farne!!!



Il più raschiante urlo di disperazione e rabbia rock del 2002 è racchiuso in questo che è certamente il miglior debut indie-rock album di quell’anno, assieme all’omonimo dei Libertines. “See This Through And Leave” è un concentrato di wall of sound ed elettronica allo stato puro: cattiveria e malignità già a partire dalla copertina. I Cooper Temple Clause, sestetto di Reading, mischiano l’arroganza sonora degli Oasis rockettari di “Be Here Now”, le sperimentazioni elettroniche dei Radiohead e parecchie chicche psichedeliche, infarcite di echi, delay, feedback, trombe, effetti marziani, distorsioni e chi più ne ha più ne metta. Semplicemente stupenda la traccia che chiude il disco (“Murder Song”) e altrettanto coinvolgente la ballata “Amber” dedicata ai non esaltanti ricordi alcolici del frontman: “Then There Was The Time I Couldn’t Walk/Everybody Laughed/So Entertaining Was This Breakdown”. Ottima partenza, che consoliderà la qualità della band nel perfetto follow-up dell’anno successivo.
precedente “De-Loused In The Comatorium”, vi innamorerete sicuramente anche di questo.