In mancanza di un tavernello qualsiasi, magari in cartone, mi decido a stappare una bottiglia pregiata, privando la mia cantinetta personale, “cum summa dolentia” ( cfr. Lat. Macch. XXVI, 1-4 ) di uno dei suoi vini migliori. Finito il pasto, decido di regalarmi un altro bicchiere
di “Rosso del Conte” (dalla Contea di Sclafani) con un buon disco, per favorire, subito dopo, il classico abbiocco post pranzo.
Non so perché, ma la scelta del disco ricade su “Funeral”, degli Arcade Fire. Il disco è stato chiaccheratissimo prima e dopo l’uscita, scomodando spesso giudizi forse esagerati. Bello si, molto bello anzi, ma non questo capolavoro pubblicizzato in mondovisione. Quindi direi che ancora una volta il connubio funziona, e i suoni enfatici e carichi di patos di “Funeral” ben si sposano con un rosso corposo e parzialmente pastoso. Entrambi scivolano bene e si lasciano apprezzare senza problemi, il rosso siculo, ha un impatto forte e leggermente asprognolo, ma rilascia gustose rimembranze floreali. “Funeral” con le sue sonorità dilatate e vagamente new wave, incanta con testi veramente toccanti e catartici, essendo stato scritto pensando ai recenti lutti che hanno colpito i componenti del gruppo. Entrambi gettano secchiate di rosso intenso sui mei occhi prossimi al sonno.
Ma dopo tutto mi rimane un interrogativo, dove sono le somiglianze con gli Echo And The Bunnyman? Questo io lo definirei saccheggio! Che Julian Cope ci stia dando alla testa?
Fran P



