New wave, rock di nuova generazione, band piuttosto inutili, scopiazzature sonore, esperimenti modaioli casinari, pettinatissimi rumori elettrici assordanti, sono ciò che recensisco il 90% delle volte su Emotional. Ecco perché stavolta mi “butto” sull’acustico, sui songrwiter che più hanno emozionato negli ultimi anni solo con l’uso della loro voce e delle sei corde. Chi volesse riposarsi l’anima dopo una giornata di stress cittadino fatto di autobus e lavoro può prendere nota degli album più belli.
Badly Drawn Boy: mancuniano d.o.c., brutto come pochi altri esseri bìpedi sulla terra, ma dotato di un buon talento compositivo e di idee sonore che pur essendo spesso banali, riuscirebbero a mettere di buon umore davvero chiunque. “The Hour Of Bewilderbeast”, il suo debut, è un concentrato di acustica davvero eccellente. Violini, viole e alcuni interessanti piccoli spunti di elettronica dietro la pulita voce di Damon Gough che “suona” come il miglior consiglio che un amico possa darti. Per chi vuole un po’ di sereno dentro la sua camera dopo una giornata di pioggia.
Elliott Smith: morto suicida e autore di alcuni tra i dischi più lodati da critica e pubblico per questo genere di musica. Elliott è forse colui che, più di altri, è riuscito nel corso degli anni, a riprendere gli insegnamenti di John Lennon e reinventarsi un bellissimo e romantico concetto di canzone d’autore senza passare per copione. “Figure 8” suona come l’ultima sua richiesta d’amore e di aiuto prima di sprofondare nel capolavoro postumo e nel buio perenne. Consigliato a chi non ha mai ascoltato il proprio cuore senza staccare prima la spina del distorsore.
Damien Rice: irlandese, eccentrico, dotato di una voce spezzata, rotta come un pianto e di una quantità di demoni dentro lo stomaco alquanto impressionante. Dopo essersi inventato coltivatore di pomodori in Toscana per un po’ di tempo è ritornato a casa e ha pubblicato uno dei maggiori successi del 2004: “O”, ovvero un concentrato di canzoni talmente romantiche che per un attimo tutto il mondo si è ritrovato innamorato di “Amie” senza sapere neanche chi fosse.
Consigliato a chi si sente tremendamente bisognoso d’affetto in ogni momento.
Iron & Wine: la voce forse più candida di questo mini-panorama cantautoriale. Un omone grasso e barbuto che suona la chitarra in un modo davvero originale e interessante. Dentro al suo country, al suo romanticismo sussurrato, si trovano delle perle piuttosto rare per bellezza e intensità. Qui, l’apice è rappresentato dal suo ultimo e.p. intitolato “Woman King”.
Consigliato a chi vuole trovarsi con la mente ad osservare un tramonto in solitudine.
Devendra Banhart: un personaggio assurdo, completamente fuori dagli schemi, perennemente immerso in un’epoca fatta di fiori, slogan pacifisti, barbe incolte e tacchi alti. Un aspetto alquanto mefistofelico e proprio per questo molto affascinante, una voce che sembra quella di un intrattenitore di cabaret anni trenta. Autore di alcune tra le più belle canzoni alternative folk mai scritte nell’ultima decade, si è guadagnato già l’appellativo non ufficiale di artista-songwriter più importante della sua generazione. “Rejoicing In The Hands” è la prova del suo genio minimalista.
Consigliato a chi pensa che questo tipo di musica non possa mai interessarlo.
Gravenhurst: Dal diavolo all’acqua santa il passo è più breve di quanto ci si aspetti. Non molto conosciuto ma valido tanto quanto un Damien Rice. Perennemente scontento della sua condizione. Lamentoso e melodico fino alla nausea è anche l’autore di “Diane”, una canzone contenuta nel suo ultimo disco, “Black Holes In The Sand” che sembra esser stata scritta da un angelo innamorato della donna più affascinante dell’universo.
Consigliato a chi ha già approfondito almeno un paio degli autori di cui sopra.
Su www.emotionalbreakdown.com si possono trovare le recensioni di Badly Drawn Boy, Devendra Banhart (anche biografia), Gravenhurst(rece ed intervista), Iron & Wine ed Elliott Smith.
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